sabato 27 luglio 2013

Astrazioni da Rapper: Intervista a Asthra Gubba

Asthra Gubba (traducibile dal sassarese come “un’altra cosa” o “di un altro livello”) è il nome di un gruppo sassarese composto da Nepa e Jack Sparra, attivo da vari anni, ma arrivato alla prima uscita “vera” qualche mese fa. Grandi freestylers del giro del Nord Sardegna e non solo, con Antares il gruppo dimostra di essere una delle realtà “pensanti” più interessanti, a parere di chi scrive, del suolo italico. In Antares, la maturazione del duo è evidente: a testi “complessi” e quasi sempre slegati dalla punchline per compiacere il pubblico, si accompagna una parte musicale che riesce a coniugare uno stampo “classico” con visioni più moderne e consce delle tendenze attuali in USA. Li abbiamo sentiti per voi e la chiacchierata è riportata sotto, confermando l'ottima testa dei ragazzi.
(Per scaricare gratuitamente Antares, il link è: http://tinyurl.com/agantares)



1) Sparra, sei l’autore di quasi tutti i beat del CD. Come li hai scelti, in funzione della coesività musicale? Si nota una certa attenzione verso il “suono moderno” che caratterizza oggi il rap: vuoi elaborare? 
Jack Sparra - Antares è un disco che doveva suonare “spaziale” per antonomasia, senza però dover sfoggiare particolari sperimentazioni nella sua costruzione musicale. L’idea era quella di partire dalla creazione di beats dall’impostazione classica, con campioni molto presenti, e integrarli poi con i sintetizzatori. Io sono un produttore “ibrido”: mi piace partire da un sample, tagliarlo o metterlo in loop così com’è, per poi completare il tutto con l’aggiunta di ulteriori suoni che possano riempire determinate frequenze, creare nuove atmosfere e soddisfare delle esigenze armoniche. Mi piace chiamare questo stile “classico futuro”: nel rap ci ritroviamo ogni anno con delle nuove tendenze sonore, il cui difetto, però, è quello di essere estemporanee. Il mio modo di aggiornarmi non si risolve nel riprodurre il beat innovativo che tutti vogliono rifare, che tutti rifanno e che dopo sei mesi finisce nel dimenticatoio, bensì nel comprendere certi stilemi che mi ispirano, farli miei e allargare di conseguenza la mia visione musicale.
Credo che un disco debba avere un suono di base, un’idea di fondo e una linea precisa. Purtroppo, molti artisti hip hop, per necessità, pressapochismo o scarsa lungimiranza, si preoccupano più di riempire gli spazi di un album con delle tracce, spesso slegate le une dalle altre, senza un progetto o una prospettiva. Prendiamo un cd, e avremo il banger da live, l’attimo di riflessione, il pezzo sociale-politico, il posse cut, la lover, la canzone sull’infanzia e via dicendo: ogni brano ha le sue peculiarità, riflette le caratteristiche e le impostazioni del tipico brano del suo sottogenere, e quasi sempre è prodotto da un beatmaker diverso.
Non basta che una traccia sia buona, deve anche avere un suo ruolo nell’economia dell’intero album. In Antares non esiste una produzione che stoni totalmente con le altre, si è cercato, pur nella varietà dei mood, di mantenere uno standard. Mi sono concentrato quindi sulla scelta dei campioni di partenza – campioni in genere molto elettronici, rimanendo sulla fine dei ’70 e la prima metà degli anni ’80 –, creando i beats adatti solo laddove trovassi dei suoni capaci di adattarsi ai generi di canzoni che volevamo nell’album, e nel contempo di amalgamarsi agli altri brani.

2) Quali sono state, se ci sono state, le ispirazioni sia musicali che liriche, in fase di partenza?
Musicalmente ci siamo un po’ rifatti a certe produzioni che andavano nella metà degli anni zero, un tipo di suono che ci piace particolarmente, possiamo prendere ad esempio i beats di Agallah the Don Bishop, o l’intero “Marginale Musique” della Fonky Family – per tacere della digressione “Daft Punk” di Astro girl. Stili che abbiamo cercato di evolvere a modo nostro, anche nella fase della produzione tout court dei brani: la strofa finale di Rupez in Al confine del mondo si stende su di una variazione del beat figlia di ottiche più recenti delle produzioni USA. A livello lirico, avendo ormai sviluppato la nostra personalità, non ci riferiamo a modelli precisi, a parte forse quegli artisti che ci hanno segnato nella gioventù e dei quali può essere rimasta qualche traccia nel nostro modo di scrivere, come i Sangue Misto e Kaos.

3) Come avete iniziato la gestazione del disco? Avete iniziato a scrivere prima e poi scelto i beat? O viceversa? Volete parlarci del metodo di lavoro?
È stata una produzione abbastanza travagliata, in alcuni casi abbiamo lavorato su alcuni beats che poi non abbiamo usato più – Patrioti e New economy, ad esempio, nascevano su altre strumentali, e per cause di forza maggiore ne abbiamo riadattato i testi su altre musiche. Avevamo delle idee di fondo degli argomenti e una linea musicale del disco abbastanza chiara, titolo compreso, quindi la maggior parte dei beats sono stati costruiti per soddisfare le esigenze delle canzoni che intendevamo fare, mentre altri sono stati incastrati all’interno del puzzle, e ci abbiamo scritto sopra i brani che mancavano per completare concettualmente l’album. Noi scriviamo sempre sulla produzione definitiva, non stiamo ad elaborare testi su beats che troviamo su internet per ricercare poi una strumentale originale che si adatti, non è un metodo di lavoro che ci piace. La musica ci ispira uno stile comunicativo, un modo di raccontare e di affrontare un argomento, è la nostra scrittura ad adattarsi ad essa, e non viceversa. Se i beats poi sono prodotti da Jack Sparra, abbiamo il controllo totale del processo produttivo, avendo anche la possibilità di rielaborare il beat all’ultimo sulla base delle registrazioni, cosa che accade otto volte su dieci!

4) Quanto c’è voluto per realizzare l’album? Quali sono stati gli aspetti che avete cercato di curare di più? Ci sono cose che fareste in maniera diversa, oggi?
Ci è voluto molto perché Jack è molto pigro nella fase di mixaggio, e meticoloso nella costruzione dei beats. Più della metà dell’album era pronta nel 2010, e abbiamo registrato tutto nel 2011. Potevamo farlo uscire molto prima, ma sai, aspetti un featuring, ti fai prendere dall’inerzia, ti distrai un attimo e tutto ti scappa di mano. Oltre alla costruzione sonora, di cui abbiamo già parlato, abbiamo lavorato molto sui testi; sono stati rielaborati e rivisti varie volte, dovevano essere delle liriche importanti che potessero durare nel tempo. Abbiamo deciso di non forzare troppo l’aspetto tecnico, senza fissarci sugli incastri o sul flow, per focalizzarci più sul senso e sulla poetica delle frasi. Forse tornando indietro avremmo fatto qualche virtuosismo in più, ma crediamo che ormai sia giusto così. Appunto per questo, il prossimo album sarà tecnicamente più evoluto e ricercato; per una nostra esigenza, prima che per la volontà di dimostrare cosa sappiamo fare in questo senso.

5) Antares non è un disco facile, nel senso che i testi non sono quelli classici da party (anzi, sono decisamente complessi) e il mood non è certamente dei più allegri. Che riscontri avete avuto in questo senso? Come è stato accolto il disco?
È da qualche anno che stiamo assistendo ad un impoverimento del rap italiano, sia a livello di scrittura che di contenuti propriamente detti; magari ci sono dei campioni di flow, artisti ineccepibili sotto molti punti di vista, ma manca troppe volte un immaginario potente e una linea più “adulta”. Possiamo dire con una certa cognizione di causa che si sta imponendo un rap adolescenziale, che strizza l’occhio ai potenziali acquirenti, la massa degli studenti medi digiuni di cultura hip hop; il rap è diventato per loro la nuova musica popolare, il nuovo genere di moda e i rappers italiani sono gli idoli dei ragazzi. Questo fatto da un lato è un grande traguardo, dall’altro, nel momento in cui ci si stacca dal contesto di origine per diventare fenomeno nazionale interculturale, causa una sorta di alienazione. Gli amanti dell’hip hop, e diciamo i b-boys e le flygirls, non si riconoscono più di tanto nel suono e nel discorso portato avanti da molti dei rappers che vanno in classifica. Si sta creando una frattura fra il movimento e i suoi esponenti artistici di rilievo.
In tutto questo, noi non abbiamo speranza alcuna di farci strada all’interno della media di ascoltatori più interessati al dissing, al personaggio o alle rime sui cannoni. Il nostro modo di rappare non è immediato, le nostre liriche, pur quasi mai criptiche, non sono di facilissima fruizione e cercano di sfuggire ai luoghi comuni e alle banalità.
Il nostro disco ad oggi è stato scaricato 300 volte, se vogliamo fermarci ai numeri. Siamo del resto un gruppo con un seguito abbastanza ristretto, che non utilizza il linguaggio del rap generalista di cui parlavamo prima, e appunto per quello abbiamo ricevuto dei pareri molto positivi da chi chiede, dal rap, una certa ricerca e profondità nell’interpretare il genere musicale e nell’affrontare gli argomenti. È anche vero che la nostra scommessa era quasi impossibile: quella di creare un disco che possa durare negli anni, nonostante l’attuale periodo dell’industria musicale nel quale un album dopo un mese è già parte del passato. Una cosa, in realtà, ci ha sorpreso. Quando abbiamo completato Astro girl, abbiamo pensato che quel brano potesse far storcere il naso praticamente a tutti, è invece è risultato essere uno dei preferiti a furor di popolo, è piaciuto anche a persone dalle quali, viste i loro gusti, non ce lo saremmo mai aspettato. Questo ti fa capire quanto, nel proporre musica ad un pubblico, non esiste quasi niente di certo e di pianificabile a tavolino!



6) A livello lirico, su Antares incombe lo spettro dell’insoddisfazione di una generazione che vive la crisi in maniera drammatica e che si misura con la frustrazione, sociale, personale, politica ogni giorno. Quanto pesa davvero questa cosa sulle vostre teste?
Apparteniamo alla classe medio-bassa, entrambi senza un’occupazione, ma anche se le cose andassero appena meglio la nostra musica non cambierebbe più di tanto, ci piace affrontare le contraddizioni della società, e mantenere spesso un’atmosfera tesa. D’altronde, da ragazzini abbiamo ascoltato molto gruppi come i Mobb Deep e gli IAM, che ci hanno lasciato un’impronta un po’ malinconica e quasi nichilista, che si riflette nei nostri brani più riflessivi. In Sardegna la crisi la viviamo quasi da sempre, anche prima del 2008 non è che ci fossero chissà quali aspettative o prospettive, è una condizione che magari per alcuni italiani può risultare tutto sommato recente, ma per noi è parte integrante del nostro modo di vivere e di vedere la realtà. Non stiamo a fare demagogia sulla crisi come fanno altri, sarebbe pleonastico, ragion per cui New economy non parla tanto di crisi, quanto di capitalismo, e Grandi speranze l’avremmo potuta scrivere anche dieci anni fa. Per ossimoro,  Grandi speranze è anche abbastanza ironica, anzi, tragicomica. È vero, siamo frustrati e incazzati, le cose non vanno come vorremmo o come pensavamo che sarebbero andate, ma questa frustrazione più che essere un argomento dei testi caratterizza la nostra forma mentis e la nostra visione generale.

7) Sempre in questo senso, avete usato Antares come valvola di sfogo per “esorcizzare” tutte le preoccupazioni? C’è una parte “leggera” di Antares, considerando che anche Underground, forse il pezzo più solare del disco, ha un retrogusto amarognolo?
È vero che il nostro non è un disco ricco di confessioni o di racconti delle nostre vicende, a differenza di quelli di altri rappers che magari raccontano di sé vita, morte e miracoli. Più che una catarsi dei nostri problemi, volevamo sfruttare i pensieri negativi per compiere un’analisi di questioni a volte più grandi di noi, in una maniera non troppo distaccata, perché sarebbe stata un’impresa impossibile e artificiosa, ma senza neanche rinchiuderci a guscio nel nostro microcosmo. Abbiamo cercato di ampliare i nostri orizzonti e il nostro punto di vista: un senso di Antares è anche questo, la ricerca di spiegazioni universali e di ampio respiro.
Il disco si divide in due tronconi, uno più concreto e uno più metafisico, non in una parte più “leggera” e in una più “pesante”, abbiamo cercato di creare un insieme coerente. Pezzi come Underground o Grandi speranze servivano un po’ per allargare il tiro musicale, visto che noi in passato abbiamo spesso seguito un sound tutt’altro che cupo – e appunto per questo motivo, sommato alla nostra attitudine nel freestyle, siamo stati purtroppo etichettati da alcuni come un gruppo frivolo. C’è un lato solare che ci appartiene, ma in Antares lo abbiamo sviluppato solo a livello musicale, sul lato lirico c’è una certa dose di cinismo. Underground, del resto, è una contraddizione in termini, nel quale rivendichiamo la nostra appartenenza al sottosuolo musicale parlando dei traguardi a cui non arriveremo mai, con un suono che non è affatto “underground” nel senso in cui molti lo intendono, ovvero un hip hop minimale, senza concessioni all’easy listening, duro, puro e tutto d’un pezzo. Possiamo capire che ciò possa aver provocato un corto circuito nelle menti di certi puristi, ma noi volevamo proprio scombinare le loro convinzioni: “underground” e “commerciale” sono due condizioni, due status, non due generi musicali, questo dovrebbe essere chiaro a tutti.

8) Uno dei temi di base del disco è la fuga, sia essa fisica, metaforica (le stelle) o dal piano dell’esistenza (la morte). Volete elaborare? A livello di composizione dell’album, quali sono stati i “collanti” che vi hanno portato alla stesura dei testi?
Più che di fuga, parleremmo di “astrazione” – ma non di “alienazione”; l’alienazione, possiamo anticiparlo, sarà il tema portante del prossimo album. L’intento non era quello di rifugiarci in visioni fantastiche, bensì di utilizzare la fantasia per descrivere la realtà, un po’ come nella letteratura fantascientifica o, meglio ancora, distopica. Abbiamo quindi voluto astrarre dalla vita di tutti i giorni per cercare di descriverla appieno, nel suo essere, di nuovo, universale, vedere le cose dall’alto nella loro interezza, quella che in inglese viene chiamata bird’s eye-view.

9) Che cosa è Antares, e che cosa avete voluto dire col disco? Credete di avere raggiunto pienamente lo scopo?
Antares rappresenta il primo capitolo della nostra “Trilogia dello spazio”. È un disco molto personale, a partire dal titolo; noi siamo nati entrambi sotto il segno dello Scorpione, costellazione di cui Antares è la stella più luminosa. Molti dei significati sono compresi nel concetto di Settimo senso, ovvero nell’elevazione spirituale, nella ricerca del cosmo che sta dentro di noi, delle risposte che abbiamo dentro e che possono proiettarci oltre. Volevamo unire il nostro pensiero sulla società, le cronache di quello che viviamo e la nostra visione delle cose alla nostra anima più, per così dire, “esoterica”.
Pensiamo di essere riusciti a rendere tutto al nostro meglio, più di così probabilmente non potevamo fare: può non sembrare, ma il livello della sfida era piuttosto alto.

10) Come avete pianificato le collaborazioni? Sono venute naturalmente oppure avete pianificato prima tutto a tavolino? Nel disco c’è una sorta di reunion “virtuale” dei Blaqaut, lo storico collettivo nuorese. Come è avvenuta?
Quando noi progettiamo un disco, innanzitutto pensiamo a chi vogliamo avere come ospite, ragion per cui costruiamo in anticipo un brano che possa rispecchiare esattamente quello che chiediamo dalla collaborazione con un altro artista. Noi proponiamo un beat e un argomento che sappiamo benissimo essere nelle corde delle persone che andiamo ad includere nella canzone, non ci mettiamo mica a chiedere all’artista oggetto di featuring “ehi, di cosa parliamo in questo pezzo?”. Anche perché noi ci presentiamo sempre con una produzione all’altezza e una tematica di una certa caratura (ridono)! In Antares abbiamo evitato come la peste il featuring generico composto da strofe utili per tutte le stagioni, volevamo qualcosa di più importante e espressamente adatta al concept del disco.
La collaborazione coi Blaqaut doveva avvenire da anni, ci eravamo promessi di includerla nel nostro primo album, e così è stato. Loro sono uno dei gruppi insieme ai quali siamo cresciuti qualche anno fa, quando ci affacciavamo nel panorama del rap sardo, è un’amicizia che abbiamo sviluppato nel corso delle serate, jam, eventi, e battles durante i quali ci siamo incontrati e confrontati. Fare un pezzo con loro è esattamente quello che intendiamo per unità all’interno del panorama hip hop.

11) Progetti futuri e promozione del disco: che cosa dobbiamo aspettarci nel futuro prossimo?

Non sappiamo se riusciremo a suonare spesso quest’estate, vista la situazione un po’ grama per i gruppi locali che non vendono dischi, non hanno un nucleo di fans e non possono vantare numeri importanti relativi alle visualizzazioni di Youtube. Agli ascoltatori – e a molti organizzatori, di conseguenza – interessano solo i grossi nomi, e noi viviamo una gavetta infinita, ma del resto non è che nella vita fuori dal rap le cose cambino, anzi. Abbiamo girato un nuovo video tratto da Antares che faremo uscire a breve, e probabilmente sarà l’ultimo, visto che dopo l’estate inizieremo a lavorare alla promozione del prossimo album che uscirà a dicembre. La nostra crew, La Mannaia, non rimarrà ferma nel frattempo, da qui a un anno usciranno di sicuro alcuni prodotti. Per aspera ad Asthra.

lunedì 25 marzo 2013

Fenomenologia dei Cambi di Nome nel Rap


Sarà l’età, sarà la routine, ma a un certo punto capita a tutti. Arriva una certa insicurezza/insoddisfazione e i rapper devono cambiare nome.
Il primo che mi ricordo è stato Frost, seguito a ruota da Tragedy Khadafi.
Ma nel loro caso, la cosa sembrava naturale e giustificabile: è un po’ difficile spacciarti come “Kid”, quando l’età è vicina alla pensione, e certamente la parola “Intelligent” stona, quando stai sforacchiando i vestiti di Versace dei nemici a colpi di Uzi.
Così come non fu una sorpresa che, dopo certe tragedie personali, Zev Love X dei KMD ritornasse in scena sotto la nuova guisa di MF Doom, completo di maschera da Dottor Destino e tutto.
Successivamente, la poli-identità artistica è stata sdoganata definitivamente dal Wu-Tang. La necessità di re-invenzione da parte di Prince Rakeem (diventato The RZA) e Genius (The GZA), nasceva dal fatto di rifarsi una verginità dopo i non esaltanti trascorsi in Tommy Boy e Cold Chillin’ rispettivamente, e si è trasformata in un trionfo di soprannomi per ogni membro del Clan (come dimenticare l’esilarante skit di Ed Lover sul secondo album di Method Man)? Va notato che, però, a parte qualche aggiustamento nello spelling, i membri originali del Wu-Tang hanno sempre inciso con lo stesso nome, nonostante la cornucopia di pseudonimi.

Lo sdoganamento del cambio d’identità, successivamente, ha favorito tre tipi di cambio di identità:
1) cambi di nome per motivi legali: mi vengono in mente Smiff’n’Wessun in Cocoa Brovaz, il breve giro degli Artifacts come Brick City Kids e Slum Village/J88. Probabilmente, il discorso vale anche per Jay Dee/J Dilla (oltre alla necessità di differenziarsi da quel monumento vivente all’imbarazzo che è l’altro JD, Jermaine Dupree). In questo caso, poco da dire: la regola 4080 vale sempre, nell’industria del rap.
2) Cambi di nome per poliedricità: alcuni artisti hanno una tale gamma di espressione artistica che è difficile ingabbiarli in un solo moniker: Madlib (DJ Rels, Beat Conductor/Konducta/Konductah), Kool Keith (Dr. Octagon, Dr. Dooom, Big Willie Smith, Tashan Dorrsett etc.) e il già citato Zev Love X (MF Doom, King Gheedora, Victor Vaughn), hanno inciso sotto una varietà di nomi che in massima parte giustificano i vari pseudonimi usati, e testimoniano il livello di ossessione per il Wu-Tang del signor Daniel Dumile.
3) Cambi di nome per indecisione/opportunismo/coglioneria: qui la situazione si fa già più imbarazzante: di solito, infatti, gli artisti che iniziano in un modo e a un certo punto cambiano nome commettono due errori. Il primo è quello di scegliere nomi più scadenti/noiosi/idioti degli alias iniziali (un chiaro esempio sono 2Pac/Makaveli, Medaphoar/MED, Everlast/Whitey Ford, Puff Daddy/P Diddy/Diddy e 8-Off/Agallah/Don Bishop Agallah, che prenderebbe il premio se non ci fosse quel capolavoro del nonsense che è Mos Def/Yaasim Bey). Un errore chiaramente imperdonabile, ma mai come il secondo: consegnare di solito la carriera alla mediocrità. Esempi? Cappachino/Cappadonna (dopo la prima apparizione su Cuban Linx e il primo album, è stata tutta discesa), Jo-ell Quickman/Joell Ortiz (vabbè, nel suo caso non c’è mai stato altro, nonostante mezzi di base impressionanti. Incidentalmente, il primo nome era inascoltabile!), ma anche MF Grimm/Jet Jaguar/GM Grimm. Nel caso di Freddie Foxxx/Bumpy Knuckles e di What What/Jean Grae, l’eccezione che conferma la regola vuole che questi ultimi due siano riusciti, almeno per qualche momento, a riaccendere l’interesse su di loro.
4) Cambi di nome nel tentativo di rinvigorire la propria carriera. E qui arriviamo all’apice della tristezza, in quanto questo cambio di nome è l’ultimo colpo di coda prima dell’oblio. Senza ritorno, parrebbe. Ricordate N.Y. Oil (Kool Kim degli UMC)? Dr.Ama (Dark Skinned Assassin)? Swigga (L-Swift dei Natural Elements)? Supercoven (Goretex Medinah dei Non Phixion)? No? Nemmeno noi.
Quantomeno P.A.P.I., ovvero l’incomparabile Noreaga, ha avuto il buon senso di ammettere che si tratta di un tentativo: se le cose vanno male, tornerà a farsi chiamare N.O.R.E., come sempre. Più che pragmatico, thugmatico. Sono sicuro che gli piacerebbe.
E ora arriva la pietra tombale a questo trend. Gucci Mane ha recentemente annunciato su Twitter (per altro senza errori di ortografia- anzi, solo uno) che da Luglio il suo nuovo nome sarà Guwop.


Guwop.


Guwop.


Guwop. Ora possiamo morire contenti.*



---------

* I cinghiali veri, invece, non cambiano mai nome. Vedi Shorty Shit Stain, che resta coerente in saecula saeculorum.

venerdì 22 marzo 2013

Cinque Duetti Che Ci Siamo Evitati



Notorious B.I.G. non è mai stato il mio rapper preferito, ma mi capita di pensarci. Spesso, ultimamente. Era uno bravo: la natura lo aveva dotato di quasi tutto quello che serve per essere il numero uno. Flow, voce, umorismo, senso della costruzione delle canzoni, one-liner devastanti (“Your reign on top was short like leprechauns”, anyone?), e via dicendo: aveva tutto.
E quando è morto, così tragicamente, ha lasciato molti rimpianti (tranne che nel caso del suo supposto migliore amico, che è diventato personaggio globale solo grazie allo sfruttamento dell’immagine di Biggie. Prima era noto soprattutto per essere quello che faceva il duro alla Uptown, e poi andava a piangere di non essere licenziato). Ma, a posteriori, si potrebbe pensare che la carriera del Notorious One fosse già in fase discendente, per certi versi. Quello che è sicuro, è che il tempo è stato galantuomo e i primi due album di Christopher Wallace suonano ancora molto bene.
Un’altra cosa che è sicura, ancora di più della prima, è che la tragica morte precoce ha impedito a Notorious B.I.G. di sputtanarsi come hanno fatto tanti suoi colleghi.
Morendo quasi due decadi fa, infatti, si è risparmiato l’umiliazione di cinque duetti che, se fosse ancora vivo, Biggie avrebbe sicuramente registrato:

1) Rhianna. Questo è sicuro al 100%. Immaginatevi Biggie in qualcosa di goffo come Umbrella pt. 2 o similia. Peggio, immaginatelo in un video tipo Take Care, con il bianco e nero “artsy”, qualche animale a caso e i calzoni stretti. Come bruciarsi una carriera in tre minuti, scanditi dai coretti da gatta morta di Rhianna.

2) Lil Wayne. Anche questo è una scommessa pressoché sicura. E il fattore brivido è ugualmente alto. Già me lo figuro, a partire dal campione dei Communards o altra mondezza da one-hit-wonder di metà-fine anni ’80 (Go West? One Night in Bangkok? Flash and the Pan? Oppure i ’90? La mente vacilla). E sento nel retro del cervello quella vocetta da rana bollita di Wayne che, dopo il primo verso di Biggie, si insinua nelle nostre coscienze: “Yoooooooooo... It’s ya Boy Wayne... Drinking sizzurp with my man Biggieee... Making Millions! Young Money! Bad Boy! Tougher than Nigerian hair...” per poi partire con qualche non sequitur dei suoi, o una delle mille metafore scontate sulle stagioni. Nel video, manco a dirlo, ci sarebbe stata una sequenza slo-mo in cui baby si sfrega le mani per dieci secondi mentre cammina su una strada in cui sono allineate tante future deputate del PDL. E esplosioni di fuochi artificiali. Tante esplosioni.

3) Gruppo pseudo rock prodotto da Timbaland. Devo aggiungere altro?

4) David Guetta. Non voglio aggiungere altro. Anzi no. Il video sarebbe stato certamente in piscina e la base pseudo-house di quart’ordine.

5) Rick Ross. Possiamo solo immaginare il livello di stalking che il Bawse avrebbe fatto a Biggie per averlo su un suo pezzo. The Emperors, World’s Fattest, o America’s Illuminati il titolo più probabile, a giudicare dalla fantasia dell’agente Ross quando si tratta di fare collaborazioni con i pesi massimi. In tutta onestà, devo anche dire che un beat dei J.U.S.T.I.C.E. League con verso di Biggie non avrebbe fatto nemmeno così schifo, ma l’immancabile remix con Wale, Meek Mill e Drake mi sfianca anche solo come possibilità. Video in yacht? L’idea di Ross e Notorious in bianco non la voglio nemmeno contemplare.

mercoledì 5 ottobre 2011

There's a War Goin' On Outside… Intervista a MCP


L’uscita dei due volumi di Esse Esse War, mixtape fortemente voluti dalla coppia Josè Quervo/Senka (ovvero Morto che Parla), a Sassari è stata salutata come un piccolo evento. Compilation eterogenea ma non troppo, Esse Esse War ha radunato quasi tutte le migliori realtà del rap turritano, di cui in questo momento MCP sembra essere centro nevralgico, anche visto il lavoro con l’etichetta La Mannaia Records, che sta diventando un punto di riferimento per molti talenti della scena. Forse proprio con Esse Esse War Senka (SNK nel proseguo) e Josè Quervo (JQ) hanno fatto il salto di qualità, dopo avere affinato le skills con anni di demo e concerti senza sosta. Ci sembrava giusto parlare del progetto “pivotal” della scena sassarese proprio con loro, dopo l’uscita di singoli e video e in attesa di altri video e di serate a tema.

1) Come e quando è nata l’idea di Esse Esse War?
SNK
Il termine Esse Esse War è stato coniato circa 3 anni fa, durante le registrazioni di Necro Loquio, per indicare la nostra condizione, cioè gente che fa guerra a Sassari. Per guerra s'intende la musica, il modo con cui noi portiamo avanti una "guerra psicologica" contro tutto quello che ci fa schifo.

2) Volete parlare del mixtape per chi non lo conosce?
JQ
L’idea del mixtape è nata subito dopo aver fatto uscire Necro Loquio. Al tempo facevamo diverse collaborazioni con i Gremi Flow e visto che ci eravamo trovati bene con gli mc’s che hanno fatto i featuring in NL, abbiam deciso di tirare su un progetto come Esse Esse War, cercando di far rientrare tutte le persone che rappassero o facessero beat e che a nostro parere fossero in grado di tenere alto il livello del rap made in Sassari. I nomi non stiamo ad elencarli, basta che scaricate i due volumi e vi sentite quanta bella gente c’è dentro.

3) Essendo tecnicamente un mixtape di MCP, come avete esercitato il “controllo” sulle tematiche e sul suono dei mixtape?
SNK
Non c'è stato un particolare controllo, i vari pezzi sono venuti fuori senza che nessuno decidesse le tematiche precise da trattare, e nonostante ciò risulta abbastanza vario, sia dal punto di vista del suono che dal punto di vista delle tematiche.


4) Come si è evoluto l’approccio nel passaggio dal volume 1 al volume 2?
JQ
Si può dire che è successo tutto in modo molto naturale, c’è stata una crescita a livello di testi e di suoni, personalmente vedo il volume 2 molto più maturo del primo, anche se ho sentito diversa gente dire che il primo era più "street". Beh, posso dire che il volume 2 è uscito dalla nicchia dei soli rapper, per arrivare anche ad altri tipi di teste, quelle di persone che ascoltano il rap poco o niente e accorgersi che nel proprio pubblico si possono vedere anche persone che col rap ci azzeccano quasi zero, ti fa capire che l’evoluzione dal primo al secondo volume ha funzionato bene.

5) Come suono, nel secondo volume di Esse Esse War si nota forse una maggiore omogeneità. È un caso oppure avete cercato un feeling più coesivo?
SNK
Credo che sia un caso, nel senso che la scelta dei beat è avvenuta passo dopo passo, come nel volume 1. Non c’è dietro un particolare ragionamento che ci ha portato a scegliere un beat invece che un altro.

JQ
Io penso sia tutto dovuto al mixaggio, è stato praticamente fatto quasi tutto da noi con Jack Sparra, che ha fatto un grandissimo lavoro, sia per i beats, per i testi e appunto il mixaggio.

6) Senka, in questo senso, il tuo contributo come produttore è stato minoritario in entrambi i volumi. Come mai? Questione di suono o di volere lasciare spazio ad altri?
SNK
No, semplicemente produco pochi beat e quel poco che ho prodotto l’ho utilizzato. Mi reputo un MC, non un produttore, ma volendo so arrangiarmi anche con le strumentali, vedi Necropolitan.

7) Che cosa vi ripromettevate di ottenere con EsseEsse War?
SNK
L'idea è stata quella di unire le forze degli mc's e dei produttori più di spicco della zona, e di tirare fuori un prodotto valido, diviso in più volumi, cercando di far collaborare persone di diverse crew.

8) Secondo voi ci siete riusciti?
JQ
Certo, anche se un feat con Ice Cube o Sticky Fingaz non l’avrei schifato. A parte gli scherzi, avevamo chiesto collaborazioni anche ad altri artisti che però per problemi di impegni personali non hanno potuto fare, chissà magari in futuro… Per quanto riguarda chi ha partecipato al volume 2 penso che tutti abbiano fatto un gran lavoro, dai beatmakers a chi ha rappato. Crediamo in questi ragazzi, anche perché se così non fosse, non li avremmo mai chiamati a partecipare.
Ora non voglio dire che chi non ha partecipato non meritasse la nostra attenzione o non ci andasse a genio, ci sono persone con cui lavoriamo come ad esempio Moza del Voodoo con il quale ogni tanto collaboriamo ma con il quale non è stato possibile lavorare per Esse Esse War solo per questione di mancanza di tempo. Ci sono giovani che stanno emergendo da qualche anno a questa parte con i quali sarebbe bello poter lavorare prossimamente.

9) Quale è stato il responso del pubblico?
SNK
Quello non è mai soddisfacente, non sempre il pubblico si rende conto dello sbattimento ke sta dietro le cose, e a volte neanke della qualità.
Comunque è stato apprezzato da molti, ma non è abbastanza.

JQ
Io vedo che in molti l’hanno apprezzato e ne chiedono sempre di più, sempre più materiale.
Qualcuno ha fatto qualche critica, a volte sembrerebbe fatta con la testa, a volte invece sembra solo una critica fatta col culo, dettata dall’invidia.

10) Tipo? Spiegami meglio…
JQ
Quando andiamo a fare un live vediamo che la gente viene, si diverte e se ne va via col sorriso, spero non siano solo le canne e le birre, per me quello basta anche se mi piacerebbe poter dimostrare sempre di più, 48 ore al giorno sarebbero l’ideale per poter dedicare più tempo alla musica e quindi dare sempre di più a chi ti segue.


11) Ci sono stati errori che non vorreste ripetere?
SNK
Non mi viene in mente niente…

JQ
Assolutamente no.
Il vero errore è stato fatto da chi non ha accettato di lavorare a questo progetto.
Ho sentito diverse persone appartenenti ad altre città della Sardegna e anche sardi che vivono fuori e seguono il rap isolano, e tutti si sono complimentati per ciò che abbiam fatto con questi lavori. “Da noi è impensabile riuscire a collaborare con tutta quella gente, ognuno pensa a fare il proprio e non vuole privarsi d’essere la prima donna lavorando con altri rappers”, oppure, “Si vede che da voi c’è molto affiatamento e si sente che c’è sintonia tra i vari mc’s”… A pensarci forse avremmo potuto spendere una bella somma per farci fare un bel master e il mixtape avrebbe suonato da dio, ma ricordo che è il secondo volume che mettiamo in free download, non ci rientra nulla eppure abbiamo le nostre spese da sostenere. Per un mixtape di questo calibro messo su web da scaricare gratuitamente va tutto più che bene.

12) Un mezzo errore te lo dico io. Secondo me il secondo volume poteva essere un pelino più corto. Che ne pensi?
SNK
Sinceramente penso che vada bene così, c’è lo stesso numero di tracce del primo volume, ma a differenza di questo non ci sono skit. Credo che i pezzi del secondo volume ci stiano tutti. Ascoltandolo dalla prima all’ultima traccia, a mio parere, fila bene. C’è poi da contare che si tratta di un mixtape (su strumentali inedite), e nei mixtape ci sta un numero elevato di pezzi.

JQ
Ci doveva essere anche quelche altro pezzo in più che però abbiam eliminato. Fosse stato per me ne avrei messo una valanga, un mixtape non è un CD e per tutta la gente che ci suona si poteva dare anche di più ma comunque va bene così come è, schiacci play e te lo ascolti di fila passando da situazioni e atmosfere differenti ma sempre efficaci.

13) Che cosa avete imparato durante i due volumi di EsseEsse War?
JQ
Io personalmente ho imparato che devi avere tanta pazienza per stare appresso a tutta questa gente. Chi vuole fare si vede da subito e si mostra disponibile ed entusiasta, chi vuole esser inseguito se la può prendere in quel posto, qua c’è voglia di fare rap e io il rap ho imparato a farlo con chi è motivato, non con chi lo prende come hobby una volta all’anno(a parte Maru Lover che almeno ha le palle di dire che lui non è un mc, a differenza di chi da un giorno all’altro si sveglia e si spaccia per rapper, ma che di tanto in tanto gli piace buttare giù qualche rima).

14) Nel secondo volume di EsseEsse War avete aperto a rappers non sassaresi e della penisola. Quali le ragioni di questa scelta e siete contenti dell’apporto di queste ulteriori voci al mixtape?
SNK
Si tratta di persone ke già conoscevamo e con i quali abbiamo sempre avuto un buon rapporto, cioè Rupez e i Volti Estranei.
Per quanto riguarda invece Skone e Mistacabo, abbiamo avuto dei contatti e abbiamo deciso di collaborarci, si son dimostrati molto disponibili.

JQ
Con Rupez si è creato un bel rapporto, studia qua a SS da molti anni e mi dispiace averci avuto a che fare solo così tardi ma se tutto va bene faremo uscire qualcosa di davvero unico in un prossimo futuro. Con i Volti Estranei idem, c’è un buon rapporto e già dal primo volume dovevano esserci mentre con Skone e Mistacabo siamo riusciti a collaborarci attraverso Dade che ci ha messi in contatto con loro.

15) Senza fare torto a nessuno, avete dei pezzi preferiti per quanto riguarda i due volumi di EsseEsse War?
SNK
I pezzi a cui sono più affezionato sono Necropolitan, Il Mio Nome, Shinigami, Avere le Ali e Goditi la Fine.

JQ
Del primo volume My Trouble, Deep Sick e Liscivia.
Del volume 2, beh, Necropolitan è quello che conoscono tutti, a me piace tanto perché è uno dei pochi pezzi “divertenti” che abbia fatto. Per il mio modo d’essere citerei In the mouth of madness, Blob, Ti diranno che sono molto introspettivi, ma anche roba più marcia come Shinigami, Terrorism Life e Sickest Disciples mi hanno lasciato soddisfatto.

16) E fra quelli dove non partecipate?

SNK
Blob, Prison Break e In the Mouth Of Madness sono una vera mina.

JQ
Del volume 1 Smoking Life, Che Barba e Il Tagliaerbe.
Del secondo Avere le ali e Il mio nome sono quelli che mi prendono di più.

17) Raccontatemi dei video. Sono fra i più professionali mai visti a Sassari.

SNK
Sì, certo, a livello qualitativo credo che siano i video migliori che siano mai stati fatti. Alberto Salvucci è un professionista e si vede. La scelta dei pezzi è nata da sé. In Goditi La Fine sia io che Cosimo Martinez volevamo fare il video e così è stato, usando una trama particolare, un po’ macabra, che si rispecchia bene con il testo della canzone. Necropolitan invece credo che sia una hit, il video dovevamo farlo per forza per valorizzare il pezzo.

JQ
I video ci vogliono, devi farti vedere in faccia perché alla gente piace. Ad altri piace anche darti del montato o dello spaccone. Io credo invece che questi ultimi non hanno capito molto del rap, il rap (a livello visivo) secondo me è anche attitudine, avere faccia di culo e fregarsene di cosa penserà e dirà la gente. Con Alberto Salvucci si è lavorato molto bene, è molto professionale. Posso dire che è stato interessante anche fare uno street video come quello de La parola magica, a breve dovrebbe uscire anche il video di Blob, anzi credo proprio uscirà prima il video di questa intervista, vorrei ringraziare Enrico Cubeddu che ci ha fatto le riprese e Federico Satta per il montaggio e tutto il lavoro di post produzione.
Sarà anche il primo e ultimo video dove si vedrà Rupez (così dice lui).
Credo che sarà un video interessante, e nella sua semplicità molto particolare.



18) È in programma un terzo volume di Esse Esse War? Se sì, che cosa potete anticiparci?
SNK
Per ora no, stiamo lavorando ai nostri CD da solisti. In futuro tutto può essere.

JQ
Il terzo e il quarto volume credo non verranno mai alla luce, se non hanno ragione i Maya credo che Jack Sparra si occuperà del volume 5 che uscirà nel 2013. Ora stiam pensando ai CD solisti e anche ai lavori che stanno girando intorno a La Mannaia Recordz come il CD dei Nothing But Trouble, il CD solista di Shine, un possibile mixtape de La Mannaia più qualche altro progetto di cui si parlerà in futuro… Per ora godetevi la fine e spargete il virus Esse Esse War.
Peace No Bless Morto Che Parla

giovedì 29 settembre 2011

The Lov.EP Conversations


Francesco Mariani in arte Rupez è un rapper che ha fatto un EP, dal titolo Lov.EP, che rischia di diventare un game changer. Nell'era della ricerca ossessiva di visualizzazioni su Youtube, il giovane barbaricino se ne fotte della moda e rischia in proprio: inutile dire che il risultato è una collezione di canzoni personale e di impatto, d'impostazione classica ma mai datata, anzi fresca nella propria identità ben definita. Mi sembrava giusto parlarne (e vedrete nel corso dell'intervista che le peculiarità di Lov.EP sono tante): in maniera strana e imprevedibile, alla vigilia della chiusura delle vendite dell'EP in edizione limitata, stranamente (per uno riservato come Rupez), ne è venuta fuori una chiacchierata in cui a volte i ruoli dell'intervistatore e dell'intervistato si confondono (anche se io cerco di stare nel mio, non era questo lo spazio per i miei eccessi) ma in cui tutto lo spirito di Lov.EP viene fuori in maniera unadulterated. Buona lettura.



1) Vuoi parlarci della genesi di Lov.EP? È vera la cosa che è stato scritto in poco tempo e che le basi sono state scelte “a caso”?
Sì, è vero che è stato scritto in pochi giorni, ma non è esatto dire che le strumentali sono state scelte a caso.
La storia è questa: ero a Nuoro dai miei per il Natale, e, non avendo lì internet, di solito lavoro a photoshop o disegno quando non esco. Una sera stavo appunto finendo un lavoro, e nel mentre ho aperto a caso una cartella di strumentali tra le tante che ho nell’hard-disk da mettere in sottofondo, e ho sentito la base di Volando Via… ho sentito subito l’istinto di scriverci ed è uscito il pezzo, senza pensarci troppo, di getto, in un’oretta circa. Diciamo che io scrivo così, sempre, senza preoccuparmi dell’ermetismo eccessivo o di chi possa ascoltare i pezzi. Non mi interessa minimamente chi ascolta, perché parto dal presupposto base che scrivo per me e basta. Io scrivo e faccio la musica che vorrei ascoltare io (questo quando non ho scadenze o devo scrivere per i featuring, dove lì il discorso è diverso e un po’ più ragionato su un certo feeling tra me e chi sta con me sul pezzo, per non creare troppo distacco…).
Comunque poi dopo aver scritto Volando Via, ho sentito la base di Aspettando: ho visto un filo tra le due e l’ho solo teso, e da lì in poi ho solo cercato di stare su uno stato d’animo nei giorni successivi, che poi si è modificato ed evoluto nei testi e parole… quindi, per esempio, la base di Tu è stata scelta perché doveva fare da boom emotivo… la comparsa, il finalmente vederLa! Santostereo invece è la speranza, il rialzarsi dopo la caduta, la vocina dentro che ti dice”dai!!!”, e così le altre basi mi hanno dato lo stato d’animo giusto su cui raccontare questo… Tutto questo è successo nei 5 giorni dal 27 al 31 dicembre, che infatti sono quelli scritti sull’adesivo attaccato allo slim.
Per me non è poco… ho scritto un EP di 7 pezzi in un fine settimana! Non guardo queste cose, se ho tempo e sopratutto “sento” ciò che sto scrivendo, tutto è più facile e veloce… non sono di quelli che si mettono e dicono “ah, adesso faccio la supermetrica” o “adesso faccio il pezzo hardcore o per ridere”. Scrivo sentimenti, o meglio, cerco di descrivere l’emozione che può dare ogni situazione… in altra maniera non saprei fare. Vivo di mio tutte le cose molto di stomaco, e la mia musica è riflesso obbligato di una sensazione più viva e immediata possibile. Questo EP sono i miei giorni di allora (“i giorni sono i miei, ma te li sto dando”).

2) Ci sono parecchie cose peculiari, rispetto al panorama rap odierno, riguardo a Lov.EP, e ne vorrei discutere con te. Partiamo dal fatto che è un EP rap in cui si parla solo d’amore…
Ma a me non sembra tanto strano, cioè, è piu strano per me sentire magari un disco “a scomparti” e ci sia in mezzo una canzone d’amore… Lov.EP ha l’Amore come filo che lega tutti i pezzi,che parlano anche di altro! Di vita! Di animo e di testa e cuore! Prendi Santostereo: è la rincorsa alla vita, e la luce dietro al buio che ti dice che puoi farcela. L’Amore è la chiave, ma il senso è il non arrendersi.
In ogni caso può sembrare strano perché è la testa dell’ascoltatore che non ragiona ad ampio raggio,che è settata su uno standard di disco con 1 pezzo d’amore, 1 sui soldi, 1 sulla crew,  sullo stile, 1 sulla città, 1 sulla droga, 1 sulla figa…
A me non piace quest’approccio: a parte che sembra di fare i compitini o i temini delle elementari, ed è davvero nella stragrande maggioranza dei casi che si sfiora la banalità e tutti i luoghi comuni del genere! Io ho dato voce con le parole a una sfumatura della vita, che è l’amore, qui, una storia.… una rima per darti un universo, un’immagine, una finestra che ti apre altre finestre, parlare di qualcosa nella maniera meno scontata possibile. Io la vedo come un quadro, il pittore dipinge e sa cosa sta facendo, quello che vuole disegnare e trasmettere, poi ognuno prende quello che è in grado… quello è scrivere per me, e così scrivo io.
Volando Via è partita da un’immagine che viene descritta nelle ultime rime del pezzo, “il vuoto delle nostre assenze, sospese, come meduse, e noi sotto un oceano, a guardarle in controluce”. Ho scritto con in testa quell’immagine, che per me ha una forza enorme… ma l’EP è pieno di queste cose e figure.

3) … poi è un EP senza parolacce…
Questa è stata una cosa del tutto inaspettata scrivendo i pezzi. Me ne son accorto solo alla fine! Ma di base credo che ogni parola abbia un suo senso e una sua funzionalità, e se non ci son parolacce vuol dire che non sentivo di doverle mettere. Non è un problema, anzi, la lingua italiana è una delle tante cose belle che buona parte degli MCs italiani ignora.
Sarà che non son di quelli che bestemmia o ne dice una ogni 3 parole…
Ma comunque, se non ci sono, spero che lo zoccolo “hardcore” non mi dia troppo contro!

4) … distribuito su CD personalizzati, ognuno diverso dall’altro e dedicato…
Allora, mi piace che se ne parli. Ho visto che la gente ha gradito molto la cosa (tranne le prime 5-6 copie che a breve customizzo in post-acquisto! Sorry!). Son partito dalla constatazione che alla fine, non avendo soldi per serigrafare i CD, non volevo dare a chi lo comprava un CD così, masterizzato e basta: mi sembrava una truffa! Ho speso un po’ di più e ho preso dei cd bianchi e li ho disegnati sopra uno a uno, tutti diversi uno dall’altro.
Sul tuo cosa c’è disegnato per esempio?

Una serie di ghirigori a tema “Love”, tutto molto hip hop… Per altro la dedica personalizzata l’ho apprezzata molto.
Fondamentalmente è che volevo dare qualcosa “in più”, di “unico”, a ogni possessore del CD originale, per avere un pezzo unico e poter dire “questo è il mio”… è un modo per dare importanza all’ascoltatore, capito? Cioè, io davvero sono felice quando mi si contatta e la gente sceglie tra quelli che ho appresso il CD che più gli piace. Poi, vabbè, sarà che io ho una deformazione al collezionismo innata, e tra l’altro mi diverte molto farlo… diciamo che voglio bene a chi mi segue! Rispetto molto chi ancora spende soldi per la musica che gli piace, ha tutta la mia stima. GRAZIE ANCHE A TE CHE LO HAI COMPRATO!

5) … su basi edite ma non di beatmaker famosi…
Stupore generale! Ahahhah!
Mi sembrava il minimo. Ma dovrei fare pezzi su basi straconosciute che han già un loro “successo”??? Che senso ha???
Cioè, finché si usano per un live ancora ci sta, e pure la è un altro discorsone. Cioè, dipende da come vuoi e quanto vuoi che il pubblico recepisca. Nel mio caso, volevo che l’attenzione fosse incentrata sui testi, è come se l’EP fosse un film e le basi la colonna sonora. Poi per me quelle basi son stupende tutte, e quando scrivo, scrivo su tutto e non mi interessa che non la conosca nessuno o sia la hit del momento!
In ogni caso, proprio per un discorso di sincerità, l’ho scritto bello grande BOOTLEG/EP!

6) … e a pagamento.
Ecco, anche di questo son contento che si parli.
Molti mi dicono: “Ah, ma non è free? come no? Ma tutto è free ora! Dove si scarica?”.
Non si scarica. Punto. Lo compri.
Ogni volta che apro FB o entro in qualche sito, c’è questo disco free, quest’altro, e poi la traccia qua, il file qui…
Vedo una tale sovra esposizione, nella fruizione della musica. Tutti scaricano tutto e tutti, nessuno ha neanche il tempo di ascoltare tutto il disco che ne ha gia scaricato altri 20  nello stesso tempo e cosi via, senza avere il tempo neanche di assimilarlo, di viverlo,di capirlo! Mi son detto: no,così no. Voglio che Lov.EP rimanga. Chi se lo compra se lo mette nel lettore e ascolta il disco, voglio che lui stesso per primo dia un valore a quei 3 euro che ha speso per questo EP, che lo possa toccare etc. È anche un modo per educare l’ascoltatore, e sopratutto per dare un valore alla musica che ascolta, per fargli capire che oltre le rime ci son soldi dietro per la stampa, i CD, gli adesivi, il mixaggio e via dicendo… E, davvero, potevo mettere anche 5 euro, ma non l’ho fatto per tirarci soldi, volevo che la gente avesse in mano qualcosa di mio e volevo solo rientrare con le spese.
Poi la cosa è andata avanti, e c’è ancora richiesta, e per me è solo il bene, ma ero bello contento anche semplicemente rientrandoci con le spese!

7) Il supporto della “scena” a Lov.EP è stato incredibile. Te lo aspettavi, nei termini visti? Hai qualche aneddoto particolare o qualche ringraziamento pubblico da fare, in questo senso?
Sinceramente? Non me lo aspettavo, davvero. Quest’EP è esploso, nella proporzione e nei termini dovuti, in maniera inaspettata! Tieni conto che le richieste son partite dalla foto del master del CD su facebook, e poi da lì a ruota appena uscito. L’EP è stato accolto bene, io avevo dubbi anche mentre lo registravo, pensavo non venisse capito. Che poi… neanche dire “capito” è giusto, venisse “accettato” ecco. Ne parlavo con i ragazzi della saletta e loro mi dicevano “ma fallo uscire, è una bomba”, poi alla fine è nato ed è stata una progressione… almeno di partecipazione intendo. So che nessuno lo ha capito fino in fondo, me ne son accorto sentendo e parlando coi vari “rapper”. È un EP complesso, sia come scrittura sia come senso del tutto… Ogni rima ha un concetto legato a un altro concetto di un altra rima e così via. Io chiedo sempre quando capita di incontrare chi lo ha preso “ma ti è piaciuto?”, e la risposta è quasi sempre “Bellissimo! Bellissima storia d’amore!”. E lì rimango contento ma un po’ così, come se tutto si limitasse a quello. Poi ci sono quelli che ti dicono “sei un poeta”. Sì, ok, grazie, ma tu cos’hai preso da quella “poesia”?
In ogni caso preferisco i commenti di chi non ascolta rap, perché non mi aspetto mai nulla e ti meravigli perché loro colgono invece la parte più intima dei pezzi, perché li vivono così come sono, non come li vorrebbero, a differenza di chi fa rap per esempio.
Quando mi si dice: “Aspettando mi strappa il cuore, la sento davvero tanto, mi ha fatto pensare a una persona…” ecco, quello è un commento da incorniciare, perché vuol dire che ti ho dato qualcosa. Poi magari invece arriva Tizio che ti dice: “eh, ma quella base non l’avrei messa, avrei fatto un pezzo più incazzato per spezzare, avrei avrei avrei…”. Eh, infatti, fattelo tu un disco!
Che poi, chiedo anche a te, che cosa ti ha dato? Voglio dire, non perché mi stai facendo le domande, ma ti ha emozionato? Hai sentito qualcosa, o lo valuti in ambito strettamente giornalistico/musicale?

Beh, se ne stiamo parlando è perché comunque il Lov.EP mi è sembrato qualcosa di speciale. Non è un’intervista a me, quindi non voglio elaborare troppo, ma mi ha emozionato in maniera proporzionale a quanto mi ha “rilassato”. L’ho ascoltato varie volte in lunghi viaggi in macchina, e l’idea del trip fisico e mentale in parallelo, seguendo i tuoi ritmi mi ha preso molto.
Ah, ottimo! Si, “il trip fisico e mentale in parallelo” mi piace…ok…

Ma tornando alle domande…

8) Potendo tornare indietro, c’è qualcosa che non rifaresti, di cui ti sei in qualche maniera pentito?
Rifarei tutto uguale. Per la prima volta son davvero contento, strasoddisfatto del lavoro in tutti i sensi.
Lo sento un disco “adulto” diciamo. Volevo questo livello, ne avevo bisogno.
Non rifarei… davvero, non trovo nulla che non va, non che sia la perfezione, ma è nato così, e per me, nel mio piccolo, è stupendo.
Già il fatto che riesca a farmi emozionare ascoltandolo ora, vuol dire che non mi rimprovero nulla.
Di solito mi stanco molto presto di quello che scrivo.

9) Qual è stato il momento più difficile della realizzazione dell’EP? E quello invece più semplice?
Ehhhh… il momento difficile è stato trovare i soldi per farlo uscire.
Avevo il master in mano da metà marzo se non sbaglio, e solo a giugno son riuscito, tirando la cinghia, a darlo in giro... un grande GRAZIE ai ragazzi dell’Empireo studio che hanno aspettato che vendessi le copie per farsi pagare il loro ottimo lavoro. Big up!!!
I soldi non sono tanti, e li uso per mangiare.
Il momento più facile è stato scriverlo: è nato da sé, ma proprio perché non avevo vincoli mentali, perché scrivevo per me ed è scattato quell’interruttore che mi faceva capire che doveva per forza essere così… credo che chiunque mentre scriva se ne accorga… è stato come scrivere i pezzi che aspettavo da una vita… è una sensazione… è come quando ho scritto Missili Al Cielo… sapevo di aver fatto qualcosa che meritava attenzione. Sapevo di aver aperto una strada a me stesso per dare maggior peso a ogni passo.

10) Una parte importante della “promozione” di Lov.EP è legata all’interattività fra te e i fruitori (foto sul tuo facebook, sblocco livelli dei testi etc.). A che livello della produzione di Lov.EP hai pensato a questo tipo di extra da dare al pubblico? Che tipo di reazione hai ricevuto per questo tipo di “contatto” col pubblico?
E’ nato tutto dopo l’uscita del CD, ed è fatto tutto per rendere partecipe il pubblico, l’ascoltatore: un premio ulteriore a chi mi ha dato la sua attenzione, e io la ridò con riguardo a loro.
Ho pensato: “faccio la foto ai CD così si sa come è di base,e la metto su fb”… poi ho pensato a farne altre, e ho fatto un album… e da lì è nata la cosa in più dell’esclusività della visione ristretta.
Il SECRETLEVELPHOTOALBUM è un album che viene sbloccato e reso visibile solo a chi ha acquistato il CD, è un upgrade con dentro grafiche fatte apposta per l’EP, testi, foto e sopratutto le foto dei supporters dell’universo Lov.EP. A questo proposito, ringrazio chi ha mandato, manda e manderà le foto, apprezzo davvero tanto.
È sempre il discorso di rispettare l’ascoltatore: quei 3 euro che spende ogni persona, per me contano. Vuol dire che hai davvero interesse nell’ascoltarmi, sei venuto a cercarmi perché vuoi il CD, mi vedi in faccia quando lo compri… io sono una persona, non un link nello schermo, non un click su youtube che mi rende più o meno conosciuto. Una volta parlando con DJ Ganga, dicevamo “ma ti ricordi quanto ci durava un singolo anni fa?”. Ed è vero! Ora c’è troppo e si ottiene troppo facilmente tutto.
La promozione è avvenuta solo via fb e il passaparola, neanche myspace che è stato incasinato maledettamente e non ci entro più, tanto è un campo morto.
Poi ho spedito il CD in giro a un po’ di amici in giro per l’Italia, per sentire come poteva esser recepito da altre teste che reputo formidabili nel rap a livello proprio di concezione musica al di fuori della Sardegna (che già dicono che sono anomalo io), e ricevevo solo complimenti e pareri positivi.
Alla fine ho mandato anche il CD alla BlueNox nella sezione “Segnalazioni Italia” ed è piaciuto e mi hanno segnalato. Mi ha fatto davvero piacere anche perché la premessa nello spedirlo è che se a loro fosse piaciuto il CD lo avrebbero segnalato, altrimenti no. Molto selettivi, a parte lo spessore artistico del collettivo che è indiscusso, ed è stata una bella conferma anche quella. Poi ho visto che se ne parlava bene e se lo stavano passando sottobanco anche in qualche forum… diciamo che per i miei limitati mezzi va bene così.
Anche il video che ormai fanno davvero in tanti, che sarebbe stato un bel modo per pubblicizzare l’EP… beh, io davvero non sono tipo da video, non ho il carattere, non mi piace apparire e infatti quello che è stato issato a singolo del CD (Santostereo) è un pseudo montaggio di 10 secondi di filmato e l’immagine dell’adesivo. Anche se a breve mi vedrete nel video di Blob dei MCP per Esse Esse War 2: credo che sarà il primo e l’ultimo! Non ho il trip da rapper fase “guardatemi”…

11) L’esperienza di Lov.EP è “a termine”, nel senso che hai deciso di smettere di “produrre” CD, ad un certo punto. Di nuovo, da cosa nasce questa decisione? Che altri progetti hai in cantiere, ora che è finita la fase di Lov.EP?

Volevo fosse un’edizione limitata, dal principio.
È stato, ed è, il lavoro in cui ho davvero messo tutto il cuore, ed essendo una “cosa” così “pura”, non voglio che smetta mai di vivere, e per me almeno, non finirà mai.
L’esclusività è una forma di vita, l’unicità stessa lo è… sia per chi ne possiede una copia, sia per quella che ho incorniciata in camera, che amo pensare sia quella che spetterebbe alla Lei del disco, “la Grace Kelly con le sneakers”…
In cantiere non so… Ho talmente tanta roba scritta… Chi lo sa… Per ora voglio chiudere i featuring sui dischi altrui che ho sparsi, poi c’è sempre il discorso Missili al cielo EP che non so mai se uscirà… Per settembre/ottobre ho un regalo per chi ha l’EP, ma non anticipo nulla… Per il resto, non pianifico mai, se vivrò un altro “miracolo” come Lov.EP, lo sentirete, con tutto il cuore… Ma la vita è sempre piena di meravigliosi rebus da raccontare, vedremo…

Ah, a proposito: una domanda che nessuno mi ha mai fatto è “Ma questa frase cosa vuol dire?”. Sembra comunque che ci sia sempre timore a chiedere delucidazioni o altro… Se magari ci son passaggi che non si capiscono, lo dico a tutte le persone che ne hanno una copia… chiedete!
Non so, tu pensi di aver capito tutto?

Sinceramente non mi sono posto il problema, nel senso che ritengo che in campo artistico debba sempre essere lasciato spazio all’interpretazione del pubblico!

Vuoi chiedermi qualcosa? Su qualsiasi cosa, una rima, una strofa, un pezzo…

Mi cogli impreparato. Anzi no, una cosa da chiederti ce l’ho: ma davvero il “Meglio dei Meters” è il top?

Tenendo presente che per me i Meters sono “il buon vecchio funk” per eccellenza, parafrasando un loro album, e come tale, rappresentano quell’esplosione istantanea di energia che volevo trasmettere nel passaggio di Tu: “la Grace Kelly con le sneakers, il meglio dei Meters, lo stomaco che esplode in petto”
È tutta un’associazione di immagini che in una frazione di secondo si scontrano alla vista di Lei: la bellezza eterna di Grace Kelly, le sneakers per un contrasto temporale di questa sua grazia e delicatezza ancora più eterna, per darle una collocazione attuale, l’effetto esplosivo nel vederla che è paragonata alla musica dei Meters e la sensazione di fitta allo stomaco dall’emozione… ecco,è il discorso delle rime che richiamano altre rime, immagini per un’emozione… descrivere una frazione di secondo, mettiamola così… il top, per me, comunque, è Paolo Conte.